"Invito in Liguria - lo sguardo e i colori di Annamaria y Palacios" nasce come mostra itinerante destinata ad un lungo percorso nelle provincie liguri per concludersi con un'edizione straordinaria oltre oceano, negli Stati Uniti, previsione 2013/2014.
L'edizione iniziale si è tenuta a Genova, presso il Galata Museo del Mare, dal 14 novembre 2008 all'8 febbraio 2009.
Dal 28 giugno al 26 luglio 2009 la mostra si é replicata a Finalborgo (Savona) nel Complesso monumentale di Santa Caterina, Oratorio de' Disciplinanti.
Dal 28 agosto al 13 settembre 2009 a Portofino nel Teatrino Comunale e nell'Oratorio di Nostra Signora Assunta.
Dal 5 dicembre 2009 al 4 gennaio 2010 a Santa Margherita Ligure nella Villa Durazzo.
Dal 16 aprile all'8 maggio 2011 a Imperia nella Villa Faravelli.
Dopo Imperia il cammino proseguirà negli anni successivi con esposizioni ad Apricale, Savona, Dolceacqua, Sarzana,
Rapallo per concludersi a Genova dove era iniziata.
Per "Invito in Liguria" Giuseppe Conte ha scritto:
"Quando mi sono trovato di fronte ai quadri di Annamaria y Palacios sono stato subito preso da una sensazione arcana,
che non riuscivo a spiegare a me stesso. Poi, tornando a guardare e riguardare le sue opere, ho capito.
La sensazione era stata quella che provavo da piccolo e spesso provo ancora adesso entrando in un teatro.
Cioè in un luogo dove la realtà viene da un lato riprodotta nella sua essenza e totalità, e dall’altro esclusa.
Un luogo di miracoli, di epifanie, di eventi sospesi, di visioni.
Ecco, entrando nei quadri di questa pittrice così chiara e così misteriosa mi sembrava di entrare in un teatro raccolto, di quelli dove
si potevano anche dare spettacoli di burattini come durante le nostre infanzie, un teatro vivente, riconducibile alle nostre geografie domestiche, ai nostri sogni policromi, ai nostri ricordi lontani, ai nostri sapori di menta e basilico, al profumo del salino, all’incrociarsi di luci e ombre, alle storie stesse delle nostre esistenze. Nel teatro della Liguria.
Se riuscite a immaginare questa terra stretta e precipitante, verticale e marina messa su una scena, se riuscite e vedere le sue immagini disporsi come per disegnare d’incanto le quinte di uno straordinario spettacolo, siete entrati come me nella fascinazione strana, felice, magica di questi quadri di Annamaria y Palacios.
La Liguria è colta in una rivisitazione che unisce, interseca, fonde un tratto realistico con uno intimamente fiabesco, e finisce così per dire l’essenza di questa regione che è insieme così pudicamente ritrosa e così apertamente scenografica, così tutta ragione e insieme così propensa al miraggio.
Annamaria y Palacios sembra avere della Liguria una immagine irriconducibile a certi schemi tipici della linea ligure della poesia novecentesca. Non è la Liguria di Sbarbaro, “Scarsa lingua di terra che orla il mare”, né quella del primo Montale, con le sue ruvidezze,
i suoi angoli scabri, puntuti, la sua emblematicità metafisica. Per descrivere la Liguria di Annamaria y Palacios mi aiutano di più due prosatori. Valéry Larbaud, che coniò per la Liguria la definizione di “Arco d’Amore” e Mario Soldati, che la chiamò “Regione regina”.
Ecco, in questi quadri vedo proprio l’arco d’Amore tendersi da un capo all’altro per scoccare frecce di fascino, e la regione regina che si accampa davanti ai miei occhi come la più splendida quinta di teatro immaginata da uno scenografo celeste.
Una Liguria che è insieme vera e fiabesca, dove c’è realismo e magia, cultura e natura. Un viaggio da Ponente a Levante che fa perno su una Genova superba di tetti, ardesie, campanili, balconi, torri, cupole, comignoli, tegole, grattacieli, darsene, barche.
Le immagini vivono tagliate con lo straordinario potere di sintesi, di esclusione, di ricostruzione che hanno i sogni e i ricordi. La realtà vi appare astratta nella sua perfezione. La parte alta di Porto Maurizio, quella dove i miei nonni abitavano, intorno alla chiesetta di San Leonardo, non l’avrei riconosciuta subito, colta com’è in una orizzontalità esemplare e scenografica. Il porto di Oneglia, la calata Cuneo dagli archi e dalle facciate di tanti colori, altro luogo che mi è familiare, i suoi pescherecci, le sue banchine, tutto appare reso magico da quelle colline silenziose, vuote, che cancellano i profili della città moderna.
Verezzi è un paese in salita. Aereo. Sospeso. Si vede subito. La stradina che va verso l’alto è raffigurata come la quintessenza della liguritudine: i muri di pietra a vista, le piante grasse, il basilico, i gerani, una specie di pergolato. La luce si scontra con l’ombra, all’altezza di un arco sormontato dai muri bianchi di una casa a ridosso di una costruzione che, anche senza la croce, si direbbe una piccola chiesa aperta al cielo, come solo in Liguria ce n’è.
Annamaria y Palacios sorprende Savona come dal mare. Come da un punto di vista leggermente più basso della terra.
Una gradinata larghissima, una infilata di torri, non altissime, esili ma di dimensioni crescenti andando da sinistra a destra. Così due torri sono come trafitte dall’aria, antiche, atemporali, l’altra, più robusta, sbieca, porta su di sé un orologio, la realtà del tempo.
Varigotti, il piccolo borgo prediletto da Gina Lagorio, viene colto in una progressione di colori: il buio di un arco, già insidiato da uno strappo di chiarore, la sabbia grigia, il mare azzurro vivo, il cielo azzurro pallido. Sulla sabbia una barca, un gozzo con i remi a secco, immagine di solitudine in una specie di squadrata, ben definita immensità.
Camogli, Portofino, Santa Margherita non sono ritratte nelle loro ovvietà riconoscibili, ma offrono alla vista soprattutto il segreto di centinaia di finestre accavallate, sovrapposte, parallele, tagliate dalle colonnine dei balconi, dall’ombra, dalle prospettive.
Aperte, molto più spesso chiuse, le finestre punteggiano il quadro, gli danno il loro senso, di qualcosa che separa l’interno dall’esterno, come un sipario.
La Liguria è stata vista spesso come “verticale”. Annamaria y Palacios esalta la verticalità di Apricale, con la bicicletta che corre la sua corsa impossibile verso la vetta invisibile del campanile, acuminato come la punta di una matita, o la verticalità delle Cinque Terre,
di Riomaggiore, con un salvagente rosso tra la luce di un lampione di un vicolo strettissimo e un muretto, una scogliera e un parallelogramma sbreccato di mare che si prolunga in alto in un perfetto rettangolo
Questo universo è completamente architettonico, l’uomo vi ha costruito tutto, ma non vi compare neppure come ombra.
Così acquista un risalto assoluto il pescatore Manuel sul suo “cianciollo”, l’ultimo pescatore di Portofino, che con la sua maglia e il suo berretto blu sembra essere della stessa sostanza della fiancata blu della sua barca.
Bisogna abbandonarsi al viaggio in questa Liguria policroma e assoluta.
Ognuno vi troverà la pasta dei suoi ricordi, se è ligure, o dei suoi sogni, se ligure non è. O di entrambi, di dovunque sia.
Così io ho ritrovato i miei primi balbettamenti celtici, druidici, davanti all’immagine della chiesa sventrata di Baiardo, alta, centrale su un colle che fu sacro al Sole.
E, infine, con una sorpresa che mi ha ammutolito, nel quadro intitolato Porto Maurizio, “Tonalità rossa”, nell’angolo a destra in basso, poiché questi quadri conoscono come pochi l’armonia e la precisione dei dettagli, ho visto tra tagli di luci
e ombre favolose, metafisiche, queste sì, la Via Carducci dove sono nato, la discesa dove correvo a gara col vento, senza uomini,
senza automobili, senza insegne, solo un lampione e le tende del dehors di un ristorante, che naturalmente ai miei tempi non esisteva.
La via che per almeno dieci anni della mia vita fu il mondo intero, per me. E come potrebbe comparirmi oggi in un sogno dell’alba,
di quelli che mescolano meglio realtà e irrealtà, verità e finzione".
Giuseppe Conte